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Perchè l’aziendalizzazione in sanità è un rischio per pazienti e operatori

L’obiettivo della sanità pubblica non è creare profitto ma creare valore per tutta la società, attraverso la soddisfazione dei bisogni di salute dei cittadini-utenti

 

Hanno destato molto scalpore in questi giorni le parole del Papa contro l’aziendalizzazione della sanità. La sanità, ha affermato il Papa, “ha posto in primo piano le esigenze di riduzione dei costi e razionalizzazione dei servizi” ponendo “in secondo piano l’attenzione alla persona”.[1]

A seguito dell’applicazione dei decreti legislativi 502/92[2] e 517/93[3] gli ospedali sono stati gradualmente trasformati in aziende. I decreti furono varati in un contesto di contenimento della spesa sanitaria in un contesto più ampio di razionalizzazione della spesa pubblica (era il periodo di tangentopoli e della svalutazione della Lira). Questi due decreti, molto importanti, modificarono profondamente il nostro sistema sanitario che rimase tuttavia un sistema pubblico. L’obiettivo fondamentale era introdurre all’interno di un sistema sanitario pubblico dei meccanismi di libero mercato, di competizione e di concorrenza al fine di migliorare l’efficacia e efficienza del sistema. Ciò ha però portato le aziende sanitarie a comportarsi sempre più secondo logiche di mercato, a scapito della qualità e della sicurezza. Esempi, di questo genere, che si possono osservare nelle aziende pubbliche sono:[4] [5]

  • tendenza ad effettuare prescrizioni farmaceutiche e specialistiche inutili
  • tendenza ad effettuare più interventi chirurgici del necessario, anche in assenza di indicazione clinica
  • tendenza ad operare dimissioni troppo frettolose, per liberare posti letto da destinare a nuovi ricoveri
  • tendenza a trattare alcune patologie rispetto ad altre perché più convenienti
  • tendenza dei sanitari a ricoverare il paziente per brevi periodi, o con ricoveri ripetuti
  • gestione personalistica dei pazienti.[6] 

Tutto ciò è in antitesi con il concetto di cura perché l’ospedale non deve erogare solo cure che garantiscono margine di guadagno ma cure universali per tutti i pazienti. L’obiettivo della sanità pubblica non è creare ricchezza ma creare valore per tutta la società, attraverso la soddisfazione dei bisogni di salute dei cittadini-utenti. Non c’è dubbio, allo stesso tempo, che è necessario eliminare gli sprechi e limitare i costi della sanità, le cui risorse non sono illimitate.

 

Rischi conseguenti per pazienti e operatori

Le logiche “mercantili” tipiche dell’aziendalizzazione hanno conseguenze per pazienti e operatori. Facciamo di seguito alcuni esempi.

Il ricorso a cooperative esterne per il servizio infermieristico o a contratti di lavoro precario per i medici determina un ricambio continuo di professionalità nei reparti di degenza.[7] La legge 24/2017 (più nota come legge “Gelli”)[8] impone che i sanitari e quindi la struttura debbano attenersi alle miglior linee guida per la cura dei pazienti, ciò comporta obblighi di formazione del personale che viene vanificata dal continuo ricambio del personale.

L’incentivo ad aumentare l’efficienza dell’ospedale, per esempio attraverso la riduzione della degenza media, è rischioso per il paziente. Esemplare è una sentenza del 2011: un medico è stato condannato per omicidio colposo per aver dimesso prematuramente un paziente ancora bisognoso di cure, per rispettare le direttive ospedaliere sul tasso di occupazione dei posti letto.[9]

L’incentivo, conseguente ai vincoli finanziari, di riduzione del personale medico ed infermieristico può essere anch’esso un problema di grande rilevanza. E’ accertato che un aumento del carico di lavoro (sia per i medici che per gli infermieri) comporta più rischi sanitari per il paziente.[10, 11] Il problema riguarda anche la sicurezza sul lavoro. Alcune ricerche americane ed inglesi[12] hanno identificato una stretta correlazione tra scarsità di personale e frequenza di infortuni nel personale sanitario.

Un’altra distorsione dell’aziendalizzazione è quella relativa ai parti cesarei inutili (parliamo di un intervento che aumenta di quattro volte i rischi legati al parto). La percentuale ottimale di parti cesarei non deve superare, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il 15% del totale. In Italia la percentuale arriva al 23,3% con differenze importanti tra le varie regioni. In Campania, ad esempio, la media è del 40% con punte, in alcune strutture, addirittura del 70%.[13] 

 

Quali prospettive?

Nell’ambito del nuovo “Patto per la Salute 2019-2012” (è un accordo finanziario e programmatico tra il Governo e le Regioni in materia sanitaria, attualmente in fase di elaborazione) è prevista una revisione del decreto legislativo n. 502/1992 (regionalizzazione a aziendalizzazione del Ssn). Per questo verrà istituito uno specifico gruppo di lavoro, coordinato dal Ministero della salute, per definire i contenuti della revisione di tale decreto.[14] 

Il rischio di uno scadimento qualitativo dovuto ad un eccessivo contenimento della spesa ha portato il sistema sanitario inglese ad introdurre il concetto di “Clinical Governance” (Governo clinico). Con tale termine si identifica un sistema di organizzazione dei servizi sanitari il cui obiettivo è assicurare che i pazienti ricevano la migliore qualità delle cure con il minor consumo di risorse e il minor rischio di danni al paziente.[15] Questo processo di modernizzazione del sistema sanitario si sta diffondendo anche in italia. Ne parliamo in questo articolo.

 

 

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BIBLIOGRAFIA

[1]Papa Francesco: “Aziendalizzazione della sanità ha messo in secondo piano l’attenzione alla persona”. Ma ad essere mortificato è anche “chi ci lavora con turni massacranti e stress”. E su obiezione di coscienza: “Scelta da compiere con rispetto verso chi la pensa diversamente”. Articolo pubblicato online sul quotidiano di informazione sanitaria QuotidianoSanità il 17 maggio 2019

[2] D.Lgs. n. 502/1992. “Riordino della disciplina in materia sanitaria, a norma dell’articolo 1 della legge 23 ottobre 1992, n. 421

[3] D.lgs 517/1993. “Modificazioni al decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502, recante riordino della disciplina in materia sanitaria, a norma dell’articolo 1 della legge 23 ottobre 1992, n. 421

[4] Azienda ULSS 18 – Rovigo. “Etica dell’organizzazione in sanità” a cura del Comitato per la pratica clinica di Rovigo. 2011

[5] Assistenza medica: una nuova visione della sanità pubblica“. Articolo pubblicato sul portale di informazione giuridico/sanitaria “Responsabile Civile” il 01-07-2019

[6] Corte di Cassazione, IV sezione penale, sentenza n. 20270/2019. Pag. 7

[7] “«Lavoro in Pronto soccorso ma non sono preparata», la storia del medico a gettone che scuote la sanità.” Articolo pubblicato sul portale di informazione sanitaria “Sanitàinformazione” il 01-07-2019

[8] Legge n. 24/2017. “Disposizioni in materia di sicurezza delle cure e della persona assistita, nonché in materia di responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie

[9] Corte di Cassazione, quarta sezione penale, sentenza n. 8254/2011

[10] Ministero della Salute. “Risk Management in Sanità. Il problema degli errori”. Commissione Tecnica Rischio Clinico. 2004, Allegato 5

[11] Ministero della Salute. “Sicurezza dei pazienti e gestione del rischio clinico: manuale per la formazione degli operatori sanitari”. Roma, 2006, pag. 48

[12] Clerke et al, 2002; Alamgir et al, 2007. Pubblicazioni citate in “Carichi di lavoro e sicurezza degli operatori sanitari”. Collana Salute e Sicurezza. INAIL. Milano, 2017, pag. 10

[13] Agenas “Programma Nazionale Esiti – PNE Edizione 2018” (relativi all’anno 2017)

[14] Ministero della Salute. “Bozza nuovo Patto per la salute 2019-2021“. Art. 2 (Garanzia dei Lea e Governance del Ssn)

[15] Department of Health, NHS Executive. Information for health: an information strategy for the modern NHS. 1998

 

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