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Perchè l’umanizzazione delle cure ci riguarda tutti

Si parla sempre più di “umanizzazione delle cure”. Ma che cosa si intende con questo termine e perchè è importante?

 

 

Lo sviluppo scientifico e tecnologico ha senza dubbio portato grandi vantaggi ma anche il pericolo di una crescente disumanizzazione. La scienza e la tecnologia diventano disumanizzanti quando gli individui sono ridotti ad oggetti, per fare l’esempio della sanità quando i pazienti non vengono ascoltati o neppure informati sui procedimenti cui saranno sottoposti. Il rischio è che il paziente sia considerato una malattia e non più una persona. Invece è soprattutto quando siamo ammalati che vorremmo essere trattati con più rispetto e umanità.

Eppure questo non sempre accade: pensiamo al sovraffollamento ospedaliero, al mancato trattamento del dolore, alla mancanza di spazi, alle lunghe liste di attesa, alla privacy violata, al cibo non adeguato durante il ricovero.

Per questo si parla sempre più di “umanizzazione delle cure”. Ma che cosa significa precisamente? L’umanizzazione delle cure vuol dire occuparsi del paziente non solo dal punto di vista biologico, della malattia, ma anche da quello psicologico e relazionale. Umanizzare le cure significa rendere i luoghi di assistenza più sicuri, accoglienti e senza dolore.[1, 2] Significa curare il malato, non la malattia. Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità parla della salute non solo come assenza di malattia ma come di “Uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non la semplice assenza dello stato di malattia o di infermità“.

Come segnalato da “Cittadinanzattiva”, le tre principali criticità in questo settore riguardano: difficoltà a ricevere
informazioni (28.9%), tempo dedicato al paziente insufficiente (20,9%), indisponibilità nella relazione con il paziente da parte degli operatori sanitari o atteggiamenti non empatici (18,2%). Questa alta percentuale di segnalazioni relative all’umanizzazione delle cure ci confermano quanto sia un valore importante che mette in chiaro la sensibilità dei cittadini su questo tema.[3]

Numerosi studi hanno dimostrato, anche sulla base di indagini dirette, che il modo in cui il paziente e i familiari vivono e percepiscono l’esperienza della malattia, è influenzato anche da altri fattori, oltre quelli sanitari, quali quelli della comunicazione e delle caratteristiche dell’ambiente fisico, con ricadute sugli stessi esiti clinici.[4] In un famoso esperimento due piccoli macachi vennero chiusi in una gabbia insieme a due peluche. Uno era un peluche di morbida stoffa e l’altro era una specie di sagoma di metallo fornita però di un biberon alla quale le scimmiette affamate si potevano attaccare per succhiare il latte. Si osservò che le scimmiette trascorrevano la maggior parte del tempo con il pupazzo di stoffa e si attaccavano alla sagoma metallica solo per poppare. Venne così dimostrato che la necessità di contatto fisico è un bisogno primario, indipendente dal soddisfacimento dei bisogni fisiologici.

Già da qualche anno[5] si è affermata sempre più la necessità di rispettare la volontà e la dignità della persona, di favorire la creazione di luoghi di cura accessibili e confortevoli, di promuovere relazioni umane fondate sull’accoglienza e l’empatia. Tale orientamento ha trovato conferma nella recente legge sul consenso informato[6] in cui si afferma che “Il tempo della comunicazione tra medico e paziente costituisce tempo di cura”, cosi come il codice deontologico degli infermieri che all’art. 4 afferma: “Il tempo di relazione è tempo di cura”.[7]

E invece cosa succede nei nostri ospedali? Quanta importanza viene data alla persona? Quanta importanza viene data al fatto che quella persona possa mangiare dei cibi gustosi, possa restare in contatto con i propri cari, avendo ad esempio a disposizione degli spazi adatti? Prendiamo ad esempio il fatto che ancora oggi i pazienti debbano condividere le stanze con altri pazienti. In gran parte le persone ricoverate continuano a vivere, a dormire, a soffrire accanto a estranei, davanti ai quali capita anche di parlare di questioni personali e delicate della propria vita, e proprio in momenti di disagio, sofferenza e preoccupazione. A questo si aggiunge la separazione dai propri cari, perché la presenza continua di un familiare sarebbe possibile solo in una camera singola. La possibilità di avere accanto un accompagnatore avrebbe anche una valenza sanitaria, soprattutto per gli anziani, che tendono a peggiorare se circondati da estranei in ambienti a loro sconosciuti. Tanto per fare un esempio, il Regno Unito ha preso l’impegno di costruire o ristrutturare d’ora in poi tutti gli ospedali con il 100% di stanze singole.[8] 

L’università dovrebbe agire di più sugli studenti, futuri professionisti sanitari, con programmi capaci di promuovere l’umanizzazione delle cure, andando oltre le competenze solo “tecniche”. Eppure, nonostante esista un’ampia letteratura che testimonia i benefici legati all’introduzione di discipline umanistiche nei percorsi formativi dei professionisti della salute, in Italia si registra ancora un forte ritardo rispetto a quanto accade ormai da decenni in altri contesti internazionali, come ad esempio gli USA, il Canada, il Regno Unito e altri paesi dell’Europa continentale.[9]

Sono molte le iniziative che potrebbero essere adottate da parte delle direzioni ospedaliere per l’umanizzazione delle cure, per migliorare il contatto umano tra operatori sanitari e pazienti a cominciare dalla formazione del personale, dalla creazione di gruppi di lavoro all’interno dell’ospedale per l’individuazione delle problematiche più frequenti, dalla predisposizione di indicatori per verificare l’efficacia delle iniziative poste in atto. 

 

Le condizioni per l’umanizzazione dell’assistenza ospedaliera non possono prescindere dalla necessità di creare adeguate condizioni di lavoro per il personale. Ne abbiamo parlato in questo articolo.

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BIBLIOGRAFIA

[1] Audizione del Ministro della Salute Livia Turco alla Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati. 2006

[2] Legge 15 marzo 2010, n.38 (Ospedale – territorio senza dolore)

[3] Cittadinanzattiva. “Rapporto civico sulla salute 2023“. Abstract

[4] Ulrich, R. (1992), “How design impacts wellness”, in Healthcare Forum Journal, n. 35

[5] Patto per la salute 2014-2016. Art. 4 

[6] Legge n. 219 del 22 dicembre 2017 “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento”. Art. 1, comma 8

[7] FNOPI – “Codice Deontologico delle Professioni Infermieristiche“. 2019. Capo I, art. 4

[8] Laura Stabile. “Ospedali, ecco perché le stanze devono essere singole“. Articolo pubblicato sul portale di informazione sanitaria Quotidianosanità il 23-01-2024

[9] Vicarelli G., Giarelli G. (a cura di), “Libro Bianco. Il Servizio Sanitario Nazionale e la pandemia da Covid-19. Problemi e proposte”. FrancoAngeli editore, Milano 2021. Pagg. 111-112

 

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