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“Contenere” la contenzione fisica nei pazienti psichiatrici è possibile

L’esistenza di servizi ospedalieri in cui non si esercita la contenzione fisica dimostra che l’eliminazione di questa pratica è un obiettivo possibile

 

La pratica di legare i pazienti psichiatrici al letto con lacci, polsini e fasce è molto diffusa nei Servizi psichiatrici di diagnosi e cura (Spdc) italiani.[1] La contenzione può avere effetti devastanti per i pazienti sia dal punto di vista fisico che mentale. Gli effetti fisici possono andare da abrasioni, danni vascolari, ischemie, conseguenze neurologiche e ortopediche che, in casi estremi, possono portare alla morte. Negli anni che vanno dal 2006 al 2009, quattro persone in Italia sono decedute a causa della contenzione fisica. Particolare impressione ha destato nell’opinione pubblica il caso del maestro Franco Mastrogiovanni deceduto a causa della contenzione dopo essere stato per 87 ore legato a letto, senza condizioni che la giustificassero.

Tra i riferimenti normativi che giustificano la contenzione troviamo il “Trattamento Sanitario Obbligatorio”[2] e lo “Stato di necessità”.[3] Nel primo caso la contenzione si rende necessaria per la somministrazione di una terapia che il soggetto rifiuta, mentre nel secondo dalla necessità di salvare sè o gli altri da un pericolo concreto non altrimenti evitabile.

Riguardo a quest’ultima ipotesi non può essere sufficiente che il paziente versi in uno stato di sola agitazione, bensì sarà necessaria, perché la contenzione venga “giustificata”, la presenza di un pericolo grave ed attuale che il malato compia atti auto-lesivi o commetta un reato contro la persona nei confronti di terzi. Nel momento in cui tale pericolo viene meno, il trattamento contenitivo deve cessare, giacché esso non sarebbe più giustificato dalla necessità e integrerebbe condotte penalmente rilevanti.[4]

Alternative possibili all’utilizzo dei mezzi coercitivi, che si sono dimostrate efficaci, messe in pratica da alcuni Servizi psichiatrici diagnosi e cura (Spdc), sono i seguenti: la politica delle “porte aperte”; la riorganizzazione del lavoro in modo tale che a ogni persona in fase di acuzie possa essere affiancato un infermiere per tutta la durata della crisi; la formazione al personale sull’utilizzo delle tecniche di “descalation”, utili a diminuire gli stati di angoscia dei pazienti; l’informazione di tutti gli operatori sanitari sui rischi e i problemi associati all’uso della contenzione; promuovere il cambiamento organizzativo e culturale nei reparti. Sarebbe inoltre necessario procedere all’eliminazione degli ostacoli che rendono la permanenza nei reparti particolarmente afflittiva (libero accesso al telefono, possibilità di incontrare i familiari) e spesso si rivelano causa di attriti e malesseri tali da generare l’insorgere di crisi. L’insieme di questi elementi hanno contribuito a conseguire, negli ultimi anni, un livello di contenzione zero nei servizi di salute mentale in varie città italiane.[5] 

L’esperienza dall’associazione “Club Spdc no restraint“, che riunisce oltre venti reparti in tutta Italia in cui da anni si pratica la contenzione zero, a dimostrazione di come esistano già nel nostro paese delle buone pratiche replicabili, e sia quindi possibile occuparsi di salute mentale adottando un sistema di “porte aperte” e non ricorrendo a metodi coercitivi.[6] Le esperienze degli Spdc “no restraint” (no legare) e quella della città di Trieste in cui da anni non si lega più in tutte le strutture socio-sanitarie e residenziali per anziani, aiutano a capire come sia possibile organizzare i servizi in maniera orientata al paziente, in cui prevalga una relazione di cura e fiducia tra utenti e personale, e come partire da una modifica della cultura dei servizi sia fondamentale per raggiungere l’importante risultato di azzerare le pratiche coercitive.[7]

L’esistenza di servizi ospedalieri che esercitano quotidianamente la fatica di non ricorrere alla contenzione fisica fino al punto di riuscire a non utilizzarla da anni deve far riflettere e dimostra che l’eliminazione della contenzione è un obiettivo realistico, e rappresenta quindi una sfida e un incoraggiamento per tutti a costruire condizioni logistiche, culturali e tecniche idonee a conseguirlo.

 

 

In un altro articolo abbiamo parlato della contenzione fisica dal punto di vista della responsabilità penale (link).

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BIBLIOGRAFIA

[1] Dell’Acqua  et  al.,  2007

[2] Artt. 33, 34, 35 della legge 833/1978

[3] Art. 54 Codice Penale

[4] Corte di Cassazione, Sez. V, sentenza 20 giugno 2018, n. 50497

[5] Senato della Repubblica.  XVII Legislatura. Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani. Rapporto su “La contenzione meccanica”. 2016. Pag. 18 (link)

[6] Ibidem. Pag. 20

[7] Ibidem. Pag. 22

 

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