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Evidenze nella prevenzione delle lesioni da pressione (piaghe da decubito)

Vediamo in questo articolo alcune evidenze in materia di prevenzione delle lesioni da pressione nell’assistenza ospedaliera  

 

La lesione da pressione, una volta conosciuta come ulcera o piaga da decubito, è un’area localizzata di danno della cute e dei tessuti sottocutanei causata da forze di pressione, trazione, frizione, o da una combinazione di questi fattori, che si forma normalmente in corrispondenza di prominenze ossee e la cui gravità è classificata in stadi.

La lesioni da pressione nei pazienti allettati, soprattutto anziani, sono uno degli eventi avversi maggiormente ricorrenti in ambito sanitario. Il malato che viene a trovarsi in tale situazione è costretto a patire gravi sofferenze, considerando che tali lesioni sono spesso dolorose e fastidiose.

La prevenzione delle lesioni da pressione è certamente meno costosa del trattamento, sia in termini di sofferenze umane che di costi economici.[1] Infatti oltre che a danni di tipo fisico e psicologico, tale evenienza comporta un aumento della degenza, attività diagnostiche e terapeutiche aggiuntive con un incremento dei costi sanitari e sociali.

Le lesioni da pressione sono molto frequenti in particolare nella popolazione ospite di strutture preposte alle cure sanitarie (ospedali, strutture per lungodegenti e residenze sanitarie assistite).

Fattore di fondamentale importanza per evitare il formarsi di queste lesioni è la prevenzione, che mira a modificare i fattori che concorrono all’insorgenza e allo sviluppo delle lesioni. Le evidenze nella prevenzione delle lesioni da pressione dimostrano che ben il 95% delle lesioni da pressione sarebbero prevenibili, se trattate con interventi adeguati.[2][3][4]Tali lesioni non sono da sottovalutare considerando che possono evolvere in uno stato di sepsi generalizzata, e quindi condurre il paziente a morte.

Fondamentale è la mobilizzazione precoce del paziente. Infatti uno dei fattori principali che contribuiscono all’insorgenza delle lesioni da pressione è la ridotta mobilità. I decubiti non guariscono se il paziente non si alza dalla sedia a rotelle o dal letto.

La corretta individuazione delle persone a rischio e la successiva attivazione di interventi pertinenti e personalizzati è un punto focale per la prevenzione del rischio di sviluppare lesioni da pressione nella persona anziana.

Figura chiave nel trattamento delle lesioni da pressione è l’infermiere. Nel momento dell’accettazione in reparto è buona norma per l’infermiere: osservare attentamente la cute e le condizioni generali del paziente (età, stato nutrizionale, diabete, iperpiressia, sedazione farmacologia, obesità, cachessia, ecc.); rilevare e misurare il rischio di sviluppo di lesioni e complicanze da prolungato allettamento (ad es. scala di Braden); attuare specifici interventi come i cambiamenti di postura;  applicare gli ausili antidecubito; applicare, se necessario, prodotti/medicazioni sulle prominenze ossee; monitorare nel tempo lo stato della lesione.[5] 

Nei soggetti a rischio di lesione da pressione, le evidenze suggeriscono l’uso di un materasso antidecubito in schiuma poliuretanica viscoelastica ad alta densità. Questi dispositivi sfruttano le proprietà di “immersione” (capacità della superficie di far ‘affondare’ il corpo del paziente) e di “avvolgimento” (capacità della superficie di supporto di adattarsi alle forme del corpo) per distribuire la pressione aumentando l’area di contatto.[6]

Il riposizionamento di un soggetto è intrapreso al fine di ridurre la durata e la portata della pressione sopra le aree vulnerabili del corpo. Riguardo a questo occorre considerare che collocare un paziente su un materasso antidecubito non esime dal riposizionamento del paziente stesso, mentre può servire a prolungare l’intervallo del cambio posturale. Infatti la frequenza di riposizionamento ogni 4 ore su un materassino antidecubito (come quello sopra descritto) è più efficace rispetto il riposizionamento ogni 2 ore su un materasso standard.[7]

È importante utilizzare appositi ausili per spostare il paziente all’interno del letto (es. telini ad alto scorrimento). In assenza di questi ci si può avvalere di traverse o lenzuola in modo da movimentare il paziente senza trazionarlo.[8]

È stato dimostrato un aumento della pressione sull’osso sacro all’aumentare della inclinazione della testiera del letto. È quindi auspicabile limitare l’elevazione della testiera ad un massimo di 30°, salvo controindicazioni clinico assistenziali (per esempio per facilitare la respirazione, ecc.).[9]

Un’attenzione particolare deve essere destinata al tallone che è un’area a forte rischio. Per questo motivo, per garantire l’effettivo scarico della pressione, i talloni devono essere mantenuti completamente sollevati (“fluttuanti”).[10] A questo fine si possono posizionare ausili o cuscini per sostenere la gamba e staccare il tallone dal materasso.[11]

Anche la posizione seduta in carrozzina richiede attenzione rispetto al corretto posizionamento del paziente. Come per il materasso esistono ausili antidecubito da applicare sulla seduta la cui scelta varia in base al rischio di ulcera, alle condizioni generali della persona ed al contesto.

Sulla cute per la prevenzione delle lesioni da pressione possono essere utilizzati, a seconda dei casi, agenti topici oppure medicazioni. Con “agente topico” si intende una preparazione applicata direttamente a contatto con la cute (spray, crema, unguento, lozione ecc.). Appartengono a questa categoria prodotti emollienti o idratanti per trattare la secchezza cutanea e mantenere una buona elasticità della cute come ad esempio oli vegetali, unguenti a base di vaselina, ecc. oppure prodotti cosiddetti di “barriera” in grado di isolare la cute dalle sostanze dannose o irritanti, e che sono commercializzati sotto forma di paste (es. ossido di zinco) o spray. È controindicato l’utilizzo sulla parte lesa di prodotti a base di sulfadiazina d’argento, antibiotici topici associati o meno a cortisonici, antisettici e antimicotici topici,[12] purtroppo ancora molto usati negli ospedali e nelle case di cura.

Le medicazioni più comunemente utilizzate in ambito preventivo sono quelle “già pronte” (es. idrocolloidi o schiume  di  poliuretano) che vanno applicate sulle parti a rischio, lasciandole in sede almeno 7-8 giorni o comunque secondo le indicazioni del produttore.[13] E’ necessario sostituire la medicazione se è danneggiata, spostata, allentata o eccessivamente umida. 

Qualsiasi trattamento topico, per quanto efficace, non può essere comunque sostitutivo del cambiamento posturale e della cura della persona sotto l’aspetto igienico e nutrizionale; in mancanza di questo approccio globale, l’uso delle medicazioni avanzate non dà risultati efficaci.

Attenzione: le informazioni contenute nel presente articolo NON sostituiscono il rapporto medico/infermiere paziente.

 

In un altro articolo abbiamo parlato del rapporto tra lesioni da pressione e carichi lavorativi (link).

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BIBLIOGRAFIA

[1] Regione Friuli Venezia Giulia “Lesioni da pressione: prevenzione e trattamento: linee guida di riferimento regionale”. Pag. 17

[2] Clay M.” Neglected areas: dental health, foot care and skin care” (in) Healthy Ageing: Nursing Older People. London, Harcourt Publisher 1999

[3] Waterlow J. “Prevention is cheaper than cure” Nursing Time 84, 25

[4] Hibbs P.” Pressure area care for the city of Hackney Health Autority” 1988 City of Hackney Health Authority, London

[5] Gobbi P. “Considerazioni sulla responsabilità infermieristica in Vulnologia”. Helios n°2/2002

[6] Regione Emilia Romagna. Direzione generale cura della persona, salute e welfare servizio assistenza ospedaliera. “Linee di indirizzo sulla prevenzione delle lesioni da pressione nell’assistenza ospedaliera e territoriale”. 2018, Pag. 32 (link)

[7] Ibidem. Pag. 22-23

[8] Ibidem. Pag. 26

[9] Ibidem. Pag. 23

[10] Ibidem. Pag. 24

[11] Ibidem. Pag. 29

[12] Ibidem. Pag. 35

[13] Ibidem. Pag. 37

 

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