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Anziani, perchè troppi farmaci sono un pericolo

La politerapia, cioè l’uso non appropriato di un numero eccessivo di farmaci, specie da parte di pazienti anziani, può diventare un pericolo. Vediamo perché 

 

L’Italia è uno dei Paesi più “vecchi” dell’Unione Europea, con una speranza di vita alla nascita di 81 anni per gli uomini e di 85 per le donne. Se questo e da un lato è un dato positivo, dall’altro comporta il prevalere di malattie croniche e pluripatologie e quindi il maggior rischio per i pazienti anziani di andare incontro a esiti negativi come elevata disabilità, dipendenza da terzi, minore qualità della vita, ecc.

Per questi pazienti, il percorso assistenziale dovrebbe essere basato sull’integrazione tra diverse figure professionali e diverse competenze in ambito socio-sanitario. Tuttavia, a causa dell’ancora diffuso approccio specialistico orientato alla cura della singola patologia (disease management), questi pazienti ricevono troppo spesso un’assistenza frammentata, fornita da più figure professionali che non interagiscono tra loro e seguono linee guida differenti. Questo può portare ad una deresponsabilizzazione dei singoli operatori rispetto al percorso complessivo del paziente, e il meccanismo di presa in carico potrebbe rivelarsi incompleto, con interventi poco efficaci e, in alcuni casi, addirittura dannosi per il paziente stesso, come nei casi di esposizione ad un eccessivo numero di trattamenti farmacologici nelle situazioni in cui il paziente non viene considerato in maniera globale ma «ridotto» alle singole patologie da cui è affetto (politerapia).

La politerapia può diventare un fattore di rischio nel momento in cui tanti farmaci si accumulano e aumentano pericolosamente di numero, soprattutto quando tali farmaci siano ad uso di pazienti anziani con pluripatologie o cronici, in particolare con compromissione epatica e/o renale, per la maggior difficoltà per l’organismo ad eliminare i farmaci. 

In alcuni casi l’uso di più farmaci è giustificato da specifiche condizioni di salute come, ad esempio, un’insufficienza renale o cardiaca, pertanto è più giusto parlare di politerapia appropriata e non appropriata. 

Paradossalmente l’eccesso di farmaci può dar luogo a reazioni avverse che possono essere scambiate per nuove patologie le quali a loro volta saranno trattate con nuove prescrizioni!

Non sono da sottovalutare le promozioni sui giornali o in tv di farmaci che tendono a favorire le prescrizioni da parte dei medici su pressione degli stessi pazienti.

Spesso i farmaci sono prescritti anche in un’ottica preventiva, per esempio aspirina per il rischio di infarto o gli anticoagulanti per il rischio di ictus, con il risultato di aumentare il numero di farmaci in dotazione al paziente.

Sebbene non esista un’unica definizione, solitamente viene definita “politerapia” la terapia concomitante di cinque o più farmaci, compresi quelli cosiddetti da “banco” cioè farmaci che non necessitano di prescrizione o altri medicinali alternativi. La politerapia aumenta i rischi perché favorisce errori di orario e/o di dosaggio, duplicazioni o omissioni. Anche le interazioni farmaco-farmaco e farmaco-malattia aumentano il rischio di eventi avversi correlati. Ciò può favorire l’insorgenza di complicazioni, recidive, prolungamenti della malattia che ci si prefigge di curare o la riammissione del paziente in ospedale, contribuendo cosi al sopraffollamento dei Pronto Soccorso, senza contare l’aumento dei costi economici per il SSN.

Pertanto, per una corretta «presa in carico» del paziente con pluripatologie, o che presenta elementi di fragilità, è necessario istituire sul territorio una rete di team multidisciplinari e coordinati, volti alla valutazione globale (case management) del paziente e alla sua continuità assistenziale.

In questo senso si muove il nuovo modello organizzativo di assistenza territoriale socio-sanitaria che si sta realizzando in tutta Italia (tutte le Regioni dovranno essersi adeguate entro il 2023), che abbandona la centralità dell’ospedale in favore di una maggiore integrazione ospedale-territorio. Il nuovo modello consentirà ai vari attori del sistema (medici di famiglia, RSA, ospedali, medici specialisti, ambulatori, Case di comunità, ecc.) di accedere ad un unico archivio come il Fascicolo Sanitario Elettronico contenente la storia clinica del paziente, garantendo l’appropriatezza e la sicurezza della terapia. A tal fine verrà in aiuto l’informatica: studi a livello ospedaliero hanno mostrato che l’utilizzo di sistemi informatici di supporto alle decisioni cliniche, detti CDS dall’acronimo inglese per Clinical Decision Support, rappresentano un importante aiuto per la prevenzione degli errori. Si tratta di software che, per mezzo di algoritmi, assistono i medici nella selezione e dosaggio dei farmaci, controlli per allergie, interazioni farmaco/farmaco e terapie duplicate, fornendo un allerta in caso di discrepanza. 

Abbiamo parlato del nuovo modello di assistenza territoriale socio-sanitaria in questo articolo.

 

 

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BIBLIOGRAFIA

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Donaldson L., Ricciardi W., Sheridan S., Tartaglia R. “Manuale di sicurezza del paziente e gestione del rischio clinico”. Cultura e Salute Editore, Perugia, 2022. Pagg. 305-6, pag. 596, pag. 599

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