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Antibiotico-resistenza, una minaccia alla salute di tutti

L’antibiotico-resistenza rappresenta oggi una delle maggiori minacce alla salute pubblica. Utilizzare gli antibiotici con attenzione deve essere un impegno e un dovere per tutti, dai professionisti sanitari ai cittadini

 

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità le Infezioni Correlate all’Assistenza (ICA) rappresentano il più frequente e comune evento avverso in sanità e sono causa, oltre che del prolungamento dell’ospedalizzazione, anche di disabilità, costi aggiuntivi per il sistema sanitario e per i pazienti e le loro famiglie e anche di numerose morti prevenibili.[1] Secondo un recente rapporto le morti per ICA in Italia sono raddoppiate negli ultimi anni.[2]

Strettamente connesso alle ICA è il tema dell’antibiotico-resistenza, dato che molte infezioni sono sostenute da germi resistenti.[3] La trasformazione dei ceppi batterici in organismi resistenti è un meccanismo evolutivo naturale, determinato da mutazioni del corredo genetico, in grado di proteggere il batterio dall’azione dei farmaci antibiotici. Questa condizione rischia di riportarci all’era pre-antibiotica e di compromettere l’efficacia di cure e terapie che oggi diamo per scontate. Lo sviluppo di batteri resistenti agli antibiotici potrebbe causare la morte di milioni di persone nei prossimi decenni se non si interviene in modo deciso ed efficace. 

L’elevato consumo degli antibiotici pone l’Italia, insieme alla Grecia, tra i Paesi europei con la maggiore prevalenza di patogeni resistenti a diverse categorie di antimicrobici. Fenomeno preoccupante degli ultimi dieci anni è la resistenza ad una classe di antibiotici, i “carbapenemi” (antibiotici della famiglia delle penicilline) di  enterobatteri particolarmente problematici ad elevata mortalità quali, per esempio, Klebsiella pneumoniae, Acinetobacter baumannii, Escherichia coli e altri. Queste infezioni sono molto diffuse in pazienti ricoverati negli ospedali, nelle case di cura e in altre strutture sanitarie, cosa che spesso costringe gli operatori, per non propagare l’infezione agli altri ricoverati, ad adottare misure di isolamento nei confronti dei pazienti colpiti, con conseguenze non indifferenti sia dal punto di vista logistico che psicologico.

La maggior parte delle classi di antibiotici usate per trattare le infezioni batteriche nell’uomo sono usate anche negli animali, compresi quelli destinati all’alimentazione umana, in questo modo microrganismi resistenti agli antimicrobici possono passare dagli animali all’uomo attraverso il cibo, contribuendo al fenomeno dell’antibiotico-resistenza.[4]

Secondo l’OMS un uso non razionale degli antibiotici rappresenta la causa principale dell’insorgenza del fenomeno dell’antibiotico-resistenza. Questo fenomeno potrebbe essere ridotto attraverso una corretta gestione dell’uso antibiotici da parte dei professionisti sanitari, sia territoriali che ospedalieri. Solo per fare un esempio, dall’analisi dei dati relativi ai Medici di Medicina Generale, in un caso su quattro, è emersa la prescrizione di antibiotici anche per patologie per le quali questi non trovano indicazione (influenza, raffreddore comune, laringotracheite, faringite e tonsillite, cistite non complicata e bronchite acuta).[5] In tale contesto potrebbero essere utili attività di formazione e informazione destinate a tutti gli operatori interessati (medici, infermieri, farmacisti, società scientifiche, personale di laboratorio, ecc.) ma anche attività di informazione rivolte ai cittadini sull’uso prudente degli antibiotici dato che anche l’automedicazione svolge un ruolo importante nella diffusione del fenomeno. L’automedicazione con antibiotici comporta quasi sempre un dosaggio inadeguato e inopportuno, creando un ambiente ideale in cui i microbi si adattano piuttosto che essere eliminati.

In ambito ospedaliero, l’uso intensivo e prolungato di farmaci antimicrobici è probabilmente il principale contributore all’insorgenza e alla diffusione di infezioni nosocomiali altamente resistenti agli antibiotici.[6] Per ridurre l’uso inappropriato degli antibiotici sarebbe auspicabile il rafforzamento, nelle strutture ospedaliere, dei servizi diagnostici microbiologici e di una diagnostica rapida per l’identificazione dei patogeni e delle resistenze. In merito l’OMS ha pubblicato delle recenti linee guida[7] contenenti prove di efficacia circa l’esecuzione di test per la resistenza agli antibiotici della classe dei Carbapenemi come esame di routine in tutti i laboratori di microbiologia per assicurare una identificazione accurata dei microrganismi resistenti, con tempestiva comunicazione dei risultati agli operatori sanitari.

Un altro esempio riguarda le infezioni urinarie. Il 60-80% delle persone con catetere vescicale assume una antibiotico-profilassi anche se non ha un’infezione vera e propria. Tale utilizzo della profilassi antibiotica ha contribuito in modo significato alla nascita di ceppi batterici resistenti. In caso di infezione, spesso causata da germi pericolosi come quelli di cui abbiamo parlato come Klebsiella e Acinetobacter, è possibile eseguire una urinocoltura finalizzata all’esecuzione di una terapia antibiotico mirata.

Altro fattore che ostacola l’effettiva capacità dei servizi ospedalieri di controllare il rischio infettivo è la scarsità di figure appositamente dedicate alla lotta alle infezioni. Dal 2009 al 2019 risulta ridotta del 8,3% la già esigua dotazione di specialisti in malattie infettive nelle strutture sanitarie.[8] La stessa pandemia da Covid-19 ha evidenziato una pericolosa impreparazione degli ospedali nell’affrontare le nuove minacce infettive.

La presenza di queste attività di controllo assume importanza anche alla luce della legge 24/2017 (più nota come legge “Gelli-Bianco”)[9] sulla sicurezza delle cure e la prevenzione del rischio sanitario, che impone il rispetto delle linee guida messe a punto dalle società scientifiche sulla base della buona pratica clinica. In tal senso sarebbe auspicabile, a livello aziendale, una maggiore collaborazione tra gli organismi aziendali deputati alla gestione del rischio sanitario e quelli di gestione del rischio infettivo.[10]

 

 

 

In un altro articolo abbiamo parlato di responsabilità professionale degli operatori sanitari e Infezioni Correlate all’Assistenza (link). 

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BIBLIOGRAFIA

[1] WHO. The  burden  of  health  care-associated  infection  worldwide  [Internet]. WHO. 2019

[2] Rapporto “OsservaSalute” 2019

[3] Moro M. L., Ciofi Degli Atti M., D’Amore C. et al. “Buone pratiche per la sorveglianza e il controllo dell’antibiotico-resistenza”. Epidemiol Prev 2019; 43 (2-3):185-193

[4] McEwen SA, Collignon PJ. “Antimicrobial Resistance: a One Health Perspective”. Microbiol Spectr. 2018;6(2)

[5] Osservatorio Nazionale sull’impiego dei Medicinali. “L’uso degli antibiotici in Italia. Rapporto Nazionale 2019”. Roma: Agenzia Italiana del Farmaco, 2020. Pag. 17 (link)

[6] F, Pezzotti P, Pantosti A. “Antimicrobial resistance: a global multifaceted phenomenon“. Pathog Glob Health. 2015;109(7):309-318. 

[7] Sito web Ministero della salute. “Antibiotico-resistenza, linee guida su infezioni correlate all’assistenza”. 22 dicembre 2020 (link)

[8] Vicarelli G., Giarelli G. (a cura di), “Libro Bianco. Il Servizio Sanitario Nazionale e la pandemia da Covid-19. Problemi e proposte”. FrancoAngeli editore, Milano 2021. Pag. 71

[9] Legge n. 24/2017. “Disposizioni in materia di sicurezza delle cure e della persona assistita, nonché in materia di responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie

[10] Conferenza delle regioni e delle province autonome. Sub Area Rischio Clinico della Commissione Salute. “Sinergie e integrazione tra rischio clinico e rischio infettivo”. Documento di consenso. 2019

 

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