Pubblicato il

La Casa della comunità, fulcro dell’assistenza sul territorio

Il progressivo invecchiamento della popolazione e il conseguente aumento dei malati cronici impone l’adozione sul territorio di nuovi modelli di assistenza socio-sanitaria come la Casa della comunità. Ma di cosa si tratta, esattamente?

 

L’accresciuta domanda di cure derivante dalle tendenze demografiche e sociali in atto impone l’adozione di nuovi modelli socio-sanitari sul territorio per rispondere in modo efficace ai bisogni di salute emergenti dei cittadini. Anche l’emergenza pandemica ha evidenziato con chiarezza la necessità di rafforzare la capacità del SSN di fornire servizi adeguati sul territorio. Le mutazioni sociali impongono di passare da un modello “passivo” dove l’erogazione dell’assistenza avviene solo nel momento in cui il paziente sta male, ad uno “attivo”, capace di intervenire prima dell’evento acuto, dove si cerca di prevenire la malattia o il suo aggravamento, attraverso la presa in carico globale del paziente.

In quest’ottica è necessario realizzare una rete di strutture intermedie tra la casa e l’ospedale, di cui il perno è costituito dalle “Case della comunità”, evoluzione diretta delle Case della salute già presenti in varie regioni italiane, a garanzia di una risposta completa ai bisogni di salute dei cittadini, in particolare delle persone anziane affette da patologie croniche, e più in generale, fragili.

La Casa della comunità è il luogo fisico e di facile individuazione al quale l’assistito può accedere per poter entrare in contatto con il sistema di assistenza sanitaria e socio sanitaria. La denominazione “Casa della comunità” (e non più Casa della salute) attesta il passaggio da una semplice offerta di prestazioni sanitarie ad un vero e proprio progetto di salute rivolto alla comunità di riferimento, con al centro la persona, sia sana che malata.

La presenza di pluripatologie richiede l’intervento di diverse figure professionali ma c’è il rischio che i singoli professionisti intervengano in modo frammentario, focalizzando l’intervento più sul trattamento della malattia che sulla gestione del malato, generando confusione e dispendio di energie per il paziente, che si trova privo di punti di riferimento. Pensiamo ad un anziano solo (ma anche ad un lavoratore) che deve sottoporsi ad un esame diagnostico. Si reca dal curante che compila una ricetta, poi va in ospedale a prenotare l’esame al Cup, finalmente, arrivato il suo turno, torna in ospedale a eseguire l’esame, poi ci ritorna per ritirare il referto e quindi nuovamente dal curante per mostrarglielo. Nel nuovo modello invece, alla prescrizione di una visita o di un esame seguirà l’immediata prenotazione al CUP aziendale secondo il principio «dove si prescrive si prenota».

Per ovviare a tutto questo la Casa della Comunità offre un team multidisciplinare e multiprofessionale di medici di medicina generale, pediatri di libera scelta, medici specialistici, infermieri di comunità, altri professionisti della salute oltre alla presenza degli assistenti sociali. Nelle Case della comunità sono i medici di famiglia e gli infermieri a chiamare la persona e ad avviare gli interventi più appropriati sui corretti stili di vita, sulla consapevolezza e sulle competenze nell’uso dei farmaci, sull’assistenza domiciliare con la stretta collaborazione dei medici specialisti (ad esempio, diabetologo, psichiatra, cardiologo, pneumologo). Gli “Infermieri di comunità” lavoreranno in stretta collaborazione e in connessione con i Medici di medicina generale, gli Specialisti, gli Assistenti Sociali e altri professionisti a secondo del caso specifico. Le Case della comunità saranno inoltre dotate di strumenti di telemedicina e di diagnostica di primo livello, [1, 2] oltre a prevedere la presenza di centro prelievi, ambulatori, continuità assistenziale con apertura ambulatoriale notturna e festivi h 24 – 7 giorni su 7, ecc.

La casa della comunità è collegata, grazie alla Centrale Operativa Territoriale, con la rete ospedaliera e gli altri setting assistenziali territoriali quali assistenza domiciliare, ospedali di comunità, hospice e rete delle cure palliative, RSA e altre forme di strutture intermedie e servizi.

Per rispondere alle differenti esigenze territoriali, garantire equità di accesso, capillarità e prossimità del servizio, la dislocazione sul territorio delle Case di comunità seguirà il modello hub e spoke, dove la struttura “hub” fa da centro di riferimento per le strutture periferiche “spoke” con le quali resta strettamente interconnessa. La struttura hub si caratterizza rispetto agli spoke per una maggiore gamma di servizi offerti come per esempio diagnostica di primo livello, Continuità Assistenziale, punto prelievi e presenza del medico h24 per tutti i giorni della settimana, presenza infermieristica h12, 7 giorni su 7. Rientrano nei centri “spoke” della Casa di comunità anche gli ambulatori dei Medici di Medicina Generale (MMG) e Pediatri di Libera Scelta (PLS), sia singolarmente che in aggregazione di studi.

Aver sottostimato la prevenzione e la medicina territoriale ha portato in questa pandemia alla saturazione degli ospedali e ad un eccesso di contagi. Anche a pandemia finita non è escluso che altre emergenze analoghe non possano ripresentarsi in futuro pertanto il potenziamento delle strutture pubbliche appare indispensabile anche in un’ottica preventiva. Da questo punto di vista la pandemia ha reso evidenti alcuni aspetti critici di natura strutturale, come per esempio la collocazione degli studi dei medici di famiglia all’interno di civili abitazioni, che possono rappresentare un pericolo stante l’impossibilità di garantire le condizioni minime di sicurezza, per i pazienti e per gli stessi sanitari. Al contrario le Case della comunità saranno dotate di ampi spazi per garantire, in caso di nuove infezioni, il rispetto del distanziamento interpersonale e la possibilità di effettuare con tempestività ed efficienza operazioni complesse come la vaccinazione ad un grande numero di pazienti. Negli edifici di nuova costruzione e, quando possibile, in quelli già esistenti, lo stesso tipo di cautela riguarderà le aree di transito attraverso la predisposizione di ascensori dedicati, percorsi di entrata e di uscita separati, ecc. in modo da garantire adeguate condizioni di separazione e di sicurezza.[3]  

Un altro degli obiettivi che si può raggiungere con le Case della comunità è la riduzione degli accessi impropri in Pronto Soccorso (PS). Come noto molti cittadini accedono impropriamente ai servizi d’emergenza anche per la carenza di alternative di assistenza sul territorio. Uno studio recente ha dimostrato che con la realizzazione di queste strutture si avrebbe una riduzione degli accessi al Pronto Soccorso del 16,1%.[4]  

Non minori sono i vantaggi per il sistema economico: come dimostrato in letteratura sistemi sanitari con all’interno “forti” sistemi di cure primarie sono associati, oltre a migliori esiti di salute per la popolazione, anche ad un contestuale contenimento dei costi sanitari.[5]

Le istituzioni sanitarie puntano molto su questo nuovo modello: è in programma, per i prossimi anni, la realizzazione di 1.288 Case della Comunità.[6]

 

 

In un altro articolo abbiamo parlato delle nuove “Centrali Operative Territoriali”, nodo di collegamento tra le strutture dedicate all’assistenza socio-sanitaria sul territorio (link)

Siamo anche su Facebook (qui). Puoi condividere il presente articolo attraverso i pulsanti che trovi in basso.

 

BIBLIOGRAFIA

[1] Ministro della salute. “Linee di indirizzo per la realizzazione dei progetti regionali sulla sperimentazione di strutture di prossimità“. Pag. 4 (link)

[2] AGENAS. “Piano nazionale di ripresa e resilienza, missione salute”. Rivista semestrale “Monitor”, Anno II numero 45, 2021. Pag. 23

[3] AGENAS. “Documento di indirizzo per il Metaprogetto della Casa di Comunità”. I “quaderni”, supplemento alla rivista semestrale Monitor, 2022. Pag. 53

[4] AGENAS. “Piano nazionale di ripresa e resilienza, missione salute”. Rivista semestrale “Monitor”, Anno II numero 45, 2021. Pag. 24

[5] Ibidem. Pag. 10

[6]Piano nazionale per la ripresa e la resilienza (PNRR)”, 2021. Pag. 292

 

Creative Commons License