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L’assicurazione colpa grave è sufficiente a tutelare gli operatori sanitari?

L’assicurazione “colpa grave” prevista dalla legge Gelli è sufficiente a tutelare gli operatori sanitari, in caso di richiesta risarcimento danni da parte del paziente?

 

L’assicurazione colpa grave resa obbligatoria dalla legge 24/2017 ( “legge Gelli”) potrebbe non essere sufficiente a tutelare gli operatori sanitari dal punto di vista economico, in caso di richiesta risarcimento danni da parte del paziente. Vediamo perchè.

Per tutti gli esercenti le professioni sanitarie dipendenti di strutture pubbliche e private la copertura assicurativa che “copre” loro eventuali errori viene garantita dalla struttura sanitaria in cui lavorano.[1]Ma perché è obbligatorio sottoscrivere una assicurazione colpa grave se si è già “coperti” da quella aziendale?

In caso di condanna del sanitario per colpa grave, la struttura sanitaria è obbligata per legge a rivalersi sul dipendente per l’importo versato al paziente o ai suoi familiari per il risarcimento dei danni, la cosiddetta “rivalsa”.[2] È proprio per salvaguardare gli operatori dal rischio di rivalsa che la legge Gelli ha previsto l’obbligo di assicurazione per colpa grave.[3] Prima della legge Gelli l’operatore sanitario, qualora fosse stato privo di assicurazione personale, poteva essere obbligato a rimborsare all’amministrazione l’intero importo del risarcimento con somme di denaro anche ingenti talvolta nell’ordine di centinaia di migliaia di euro.[4] La legge Gelli ha introdotto un limite a questo obbligo.[5] Adesso il medico o l’infermiere, come qualsiasi altro professionista sanitario, dovrà rifondere all’azienda a titolo di rivalsa una somma corrispondente alla retribuzione annua lorda moltiplicata per tre. Il che significa, per esempio, nel caso di un infermiere, parlare di cifre che si aggirano intorno ai novanta mila euro, mentre per i medici intorno alle trecento mila. Queste sono le cifre coperte dall’assicurazione colpa grave, a patto che si abbia stipulato apposita polizza.

Quindi il dipendente sanitario, che si sente protetto dall’assicurazione aziendale, tende a dotarsi di una polizza che lo tuteli solo per i casi di colpa grave, come previsto dalla legge Gelli. Il problema è che le somme richieste dai pazienti danneggiati, o meglio dai loro legali, in sede di giudizio possono essere anche molto superiori, nell’ordine di un milione di euro o anche più! Ci si potrebbe domandare dove sia il problema visto che la somma eccedente verrebbe coperta dall’assicurazione dell’ospedale.[6] In realtà la legge Gelli non prevede un vero e proprio obbligo di assicurazione in capo alla struttura sanitaria, cosicchè molti ospedali si cautelano attraverso fondi dedicati. Un fondo dedicato non è una garanzia e non elimina il rischio di insolvenza dell’ospedale. Questa possibilità potrebbe prospettarsi qualora l’ospedale non abbia stipato fondi a sufficienza o quando l’assicurazione scelta dalla struttura sanitaria si riveli insolvente, come accaduto recentemente ad una ASL del Veneto. In tali casi la legge Gelli ha previsto la costituzione di un fondo di garanzia ad hoc[7] ma si è ancora in attesa della sua effettiva costituzione[8] ed è pertanto di fatto inoperante.

Pertanto qualora la struttura sanitaria sia impossibilitata ad assolvere al risarcimento, il danneggiato o i suoi eredi potrebbero chiamare in giudizio il professionista per veder rispettato il proprio diritto ad essere risarciti.

Esiste inoltre il rischio di un risarcimento in sede penale. Infatti, qualora il danneggiato si costituisse parte civile nel processo penale contro il professionista, il giudice potrebbe disporre anche il risarcimento dei danni, che sarebbe a carico del sanitario.

Molte società scientifiche o organizzazioni sindacali invogliano i propri iscritti offrendo nel “pacchetto”, insieme all’iscrizione, anche l’assicurazione colpa grave. E’ fondamentale sincerarsi però in questi casi che la copertura offerta  sia sufficiente a coprire il professionista in caso di evento avverso. Si può risolvere il problema sottoscrivendo una polizza assicurativa che contempli non solo la colpa grave ma anche la Responsabilità civile contro terzi (RCT), facendo attenzione che il massimale offerto sia adeguato al proprio livello di rischio. Il broker assicurativo Marsh ha pubblicato recentemente la sua ultima analisi sulla “medical malpractice” in Italia relativa agli anni dal 2004 al 2018: gli errori più “costosi” hanno raggiunto, in taluni casi, i 4 milioni e mezzo di euro.[9] Alla luce di questi dati sarebbe opportuno dotarsi una polizza RCT che preveda un massimale di almeno 5 milioni di euro.

Il primo comandamento rimane sempre quello di non commettere errori. Forniamo a tal fine alcuni suggerimenti in questo articolo.

 

 

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BIBLIOGRAFIA

[1] Cedrone G. “Responsabilità professionale, Federico Gelli: «Sulla gestione del rischio tre regioni in ritardo. Polizza primo rischio, ecco quando farla…»”. 26-11-2019 (link

[2] Legge n. 24/2017. “Disposizioni in materia di sicurezza delle cure e della persona assistita, nonché in materia di responsabilità professionale sanitaria”. Art. 9, comma 1

[3] Legge n. 24/2017. Art. 10

[4] Marsh Risk Consulting. Medmal Claims Italia. Undicesima edizione, 2020

[5] Legge n. 24/2017. Art. 9

[6] Benci L., Bernardi A., Fiore A., et al. “Sicurezza delle cure e responsabilità sanitaria” (Commentario alla legge 24/2017). Edizioni Quotidiano Sanità. Roma, 2017. Pag. 156

[7] Legge n. 24/2017. Art. 14, comma 1

[8] Damiano R. “Legge Gelli: mancanza decreti attuativi su assicurazioni rende complicato il quadro normativo”. 16-12-2019 (link

[9] Marsh Risk Consulting. Medmal Claims Italia. Undicesima edizione, 2020

 

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