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“Droni defibrillatore” per combattere l’arresto cardiaco: ma quali rischi?

I “droni defibrillatore” consentirebbero di risparmiare tempo prezioso in caso di arresto cardiaco. Numerose sono però le questioni di carattere legale e di sicurezza relative all’utilizzo di questi apparecchi. Vediamo quali sono in questo articolo 

 

Pazienti cardiopatici, ma non solo, possono andare incontro ad aritmie cardiache incompatibili con la vita come la tachicardia ventricolare senza polso e la fibrillazione ventricolare. Queste aritmie sono letali perché determinano l’incapacità del cuore di contrarsi e pompare il sangue come dovrebbe. Il defibrillatore semiautomatico (Dae) è un apparecchio capace di riconoscere queste aritmie erogando, in caso di necessità, uno shock elettrico in grado di ripristinare il normale ritmo cardiaco. L’uso del defibrillatore è importante per prevenire non solo i decessi ma anche per ridurre i rischi dei danni cerebrali irreversibili che possono manifestarsi dopo appena 5-6 minuti dopo l’arresto cardiaco. I “droni defibrillatore”, da questo punto di vista, consentirebbero di risparmiare tempo prezioso. 

 

Ma cosa sono i “Droni defibrillatore”?

Come detto il tempo in condizioni di arresto cardiaco è importantissimo, infatti ogni secondo che passa vede diminuire le probabilità di sopravvivenza per il paziente. I “droni defibrillatore” (o “droni Dae”) sono aeromobili ai quali è connesso un defibrillatore capaci di raggiungere il paziente in pochi minuti, evitando ingorghi stradali o altri ostacoli terrestri, abbattendo cosi i tempi di intervento. L’idea dei droni per il trasporto non è nuovo, ad esempio esistono già sperimentazioni per il trasporto di sangue ed organi agli ospedali di destinazione.[1] 

 

Rischi connessi all’uso dei “droni defibrillatore”

L’uso del drone Dae pone l’interrogativo entro quali limiti l’impiego di tale strumento sia consentito al soccorritore occasionale, cioè senza preparazione specifica, quale può essere un semplice cittadino che si trovi a prestare assistenza ad un paziente in arresto cardiaco.

Infatti la Legge italiana[2] consente l’uso del Dae in sede extraospedaliera a personale non sanitario (cosiddetto “laico”) a condizione che “abbia ricevuto una formazione specifica nelle attività di rianimazione cardiopolmonare” (corso BLS-D, Basic Life Support and Defibrillation).

Tuttavia, anche se il soccorritore non avesse seguito nessuna formazione, le sue responsabilità nei confronti della vittima sarebbero coperte dall’articolo 54 del codice penale, che protegge chi ha commesso un fatto essendovi stato costretto dalla necessità di salvare altri da un pericolo attuale di un danno grave, e dall’articolo 593 codice penale che punisce l’omissione di soccorso.[3] [4]

Il problema che si pone è un altro, cioè quello relativo alla sicurezza, costituito da un uso imprudente del Dae. La normativa vigente stabilisce che “….L’operatore che somministra lo shock elettrico con il defibrillatore semiautomatico è responsabile, non della corretta indicazione di somministrazione dello shock che è determinato dall’apparecchio, ma della esecuzione di questa manovra in condizioni di sicurezza per lo stesso e per tutte le persone presenti intorno al paziente”.[5] Da questo punto di vista la necessità di frequentare un corso teorico pratico abilitante per l’utilizzo del defibrillatore ha anche lo scopo di tutelare il soccorritore da eventuali rischi. Infatti, anche se è vero che il Dae eroga la scarica elettrica solo se rileva un “ritmo defibrillabile”, cioè un cuore in arresto cardiaco, è altrettanto vero che, in caso di “scarica consigliata”, se il soccorritore tocca il paziente, può andare egli stesso in arresto cardiaco.

Addirittura, non raramente, è accaduto che durante le manovre di rianimazione cardio-polmonare effettuate da professionisti medici ed infermieri 118, all’atto della defibrillazione manuale del paziente, per distrazione o concitazione o inesperienza, prima di defibrillare non venisse dato l’ordine di allontanamento dal paziente, con conseguente erogazione dello shock anche ai soccorritori. Se ciò può accadere a dei professionisti sanitari a maggior ragione può accadere a soccorritori occasionali, che si trovano ad usare per la prima volta nella loro vita un defibrillatore. Tali preoccupazioni sono giustificate. Uno studio condotto da IRC (Italian Resuscitation Council), finalizzato a verificare il successo nell’utilizzo del Dae da parte di soggetti non addestrati all’uso, ha visto percentuali di successo dei partecipanti del 55,28%.[6]

A questo aspetto di sicurezza, va aggiunto che il soccorritore occasionale difficilmente sarà in grado, anche se guidato dalla Centrale 118, di compiere una corretta ed efficace rianimazione cardio-polmonare, fondamentale per mantenere un adeguato flusso di sangue ossigenato al cervello, durante la successione di scariche.

A non poche problematiche andrebbe incontro l’operatore della Centrale Operativa 118 che dovrebbe assumersi la responsabilità di inviare uno strumento come il Dae a persone inesperte, con tutto ciò che ne potrebbe conseguire in caso di danni al soccorritore e alle altre persone presenti sul posto. Come abbiamo visto la legge dà estremo risalto agli aspetti inerenti la sicurezza. Come potrà mai essere certo l’operatore della Centrale Operativa 118 che un soccorritore occasionale, quindi non formato, non crei situazioni di pericolo per sé stesso e per gli altri? Mentre il cittadino comune può permettersi di non conoscere tali rischi lo stesso non può dirsi per un professionista sanitario, che per legge è portatore di una posizione di garanzia nei confronti degli assistiti. 

 

Ma è proprio cosi pericoloso toccare un paziente durante la scarica di un defibrillatore?

Una ricerca pubblicata su Circulation [7]  ha simulato una condizione di defibrillazione dei soccorritori  mettendo a contatto le mani di alcuni volontari con il torace di pazienti sottoposti a scarica elettrica per cardioversione. La tensione di dispersione e le differenze di potenziale di corrente nel soccorritore venivano monitorate durante l’erogazione degli shock. I risultati dello studio, anche se a prima vista possono sembrare incoraggianti, dato che i volontari sono stati esposti a bassi livelli di corrente, hanno lasciato in realtà molti dubbi, per ammissione degli stessi autori. In primo luogo lo studio è stato ipotizzato per soccorritori professionali che quindi durante la simulazione indossavano guanti protettivi in polietilene. Poi, in scenari reali potrebbero verificarsi vie di conduzione elettrica più robuste, specie se l’abbigliamento del paziente è bagnato (sudore, pioggia, ecc.). Infine, livelli più elevati di energia potrebbero essere assorbiti dai soccorritori durante l’effettuazione di compressioni toraciche reali, dato che sono compiute con più forza rispetto a quelle messe in atto durante la simulazione, dove le mani erano solo poggiate. In conclusione è necessario studiare ulteriormente quali siano i rischi elettrici e identificare le modalità più idonee per gestirli al fine di ridurre i rischi per gli operatori e i pazienti. Allo stato attuale, comunque, tutti i protocolli internazionali di rianimazione suggeriscono di non toccare assolutamente il paziente durante la scarica. 

 

Legge del «Buon Samaritano» anche in Italia?

Una completa liberalizzazione all’uso dei Dae e quindi dei “droni defibrillatore” potrebbe giungere da una modifica della legge attuale finalizzata a consentire una completa salvaguardia giuridica sia per il soccorritore che per gli operatori della Centrale 118, sull’esempio della legge del «Buon Samaritano», in vigore nei Paesi di cultura anglosassone, cioè una specie di «immunità» da conseguenze legali di tipo civile o penale per chi si trovasse a soccorrere occasionalmente e senza preparazione specifica una vittima di arresto cardiaco.[8]

Più verosimile rimane, a nostro avviso, puntare sull’informazione e la formazione, fin dalla scuola primaria, di tutti i cittadini alle tecniche di rianimazione cardiopolmonare di base e all’uso del Dae, per far in modo che chiunque sia preparato a prestare aiuto in una situazione di emergenza. Altrettanto importante sarebbe la diffusione capillare dei defibrillatori semiautomatici in tutte le strutture e i luoghi ad alta frequentazione di persone (es. stazioni ferroviarie, aeroporti, centri commerciali, stadi, impianti sportivi, centri storici, centri industriali e produttivi, ecc.).

 

 

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BIBLIOGRAFIA

[1]  Karen Zraick. “Like ‘Uber for Organs’: Drone Delivers Kidney to Maryland Woman“. Pubblicato il 30-04-2019 on line su sito del New York Times

[2] Legge 3 aprile 2001, n. 120 “Utilizzo dei defibrillatori semiautomatici in ambiente extraospedaliero“. Art. 1

[3] Art. 54 c.p. “Stato di necessità”

[4] Art. 593 c.p. “Omissione di soccorso”

[5] Gazzetta Ufficiale n. 71 del 26/3/2003. Accordo tra il Ministro della salute, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano sul documento recante: “Linee-guida per il rilascio dell’autorizzazione all’utilizzo extraospedaliero dei defibrillatori semiautomatici“. Comma 2, lettera b1

[6] Paoli A., Barbato V., Spagna A., Ori C. “Studio sullutilizzo del defibrillatore semiautomatico esterno da parte di soggetti non abilitati alluso”. Congresso Nazionale IRC 2015, 6-7 Novembre 2015, Parma. Sessione IRC Young – Next Generation

[7] Lloyd, Heeke, Walter, Langberg. “Hand-on defibrillation: an analysis of electrical currency flow through rescuers in direct contact with patients during bifasic external defibrillation”. Circulation, 2008 13;117(19):2510-4 (disponibile al seguente link).

[8] Corcella R. “Immunità» per chi usa i defibrillatori semi-automatici”. Articolo pubblicato on line sul Corriere della Sera il 22 aprile 2019

 

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